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Marx, partendo dalle sue analisi economicistiche
nell’ambito della “rottura epistemologica” attinente al rovesciamento della
dialettica hegeliana (in Hegel il pensiero è il demiurgo del reale; per il
pensatore di Treviri il cominciamento è dato dall’elemento materiale in cui
si realizza la sintesi di teoria e prassi), non giunge poi alla
configurazione di caratteri ben precisi relativi alla società comunista.
Fusaro scrive che egli si limita, evitando di cadere nell’idea di un
livellamento come conseguenza di una malintesa distribuzione dei beni, a tre
affermazioni facenti leva, in sintesi, sul controllo della produzione, sullo
sviluppo delle individualità e dell’uomo onnilaterale, nonché
sull’estinzione dello Stato. Il suo commento, che scaturisce da una puntuale
documentazione, è abbastanza chiaro: “Con il comunismo lo Stato verrebbe
“tolto” in quanto strumento di oppressione di classe e “realizzato in quanto
strumento finalizzato alla realizzazione di scopi effettivamente
universali”.
Dunque: un pensiero, incompiuto e aperto, quello di
Marx. Chi ha pensato, o chi pensa, di dedurne una società già confezionata
non l’ha capito. Mi sembra questo il punto fondamentale della rilettura
delle opere di Marx fatta da Fusaro. Lettura autentica, la sua, liberata da
tutti i diversi silenzi e dal disprezzo profondo degli umani diritti che si
è attuato, utilizzandone le idee nel peggiore dei modi possibili. Lettura,
altresì, ancorata a visione della storia in chiave teleologica,
futurocentrica, pervasa di speranza messianica, tipica del “regno della
libertà”. In tale prospettiva (non falsificabile secondo la diagnosi di
Popper, in quanto irriducibile a teoria scientifica), rispetto alla visione
di Althusser, “problematica e aporetica”, a Fusaro appare più aderente alla
realtà storica il pensiero di Ernst Block. Per il filosofo di Tubinga, la
vera anima del pensiero di Marx, dalla gioventù alla maturità, è infatti la
speranza, “mediata da ciò che è realmente possibile” e intesa come
proiezione nell’ulteriorità, come aspetto essenziale del “non ancora”. Per
il filosofo di Tubinga – scrive Fusaro – essa sta in stretto rapporto “tra
lo spirito dell’utopia sociale rivoluzionaria cristiana e il pensiero
messianico - utopico di Marx (p.292), in quanto l’uomo, potremmo dire, è una
realtà molto complessa di cui la religione non è alienazione.
In sostanza, vuole dire Fusaro che Marx va riletto
e compreso allo scopo di rifluidificarlo senza il marxismo. Ciò è
importantissimo, anche se la rivisitazione che se ne deve fare sembra
ostacolata da molteplici fattori. Il determinismo “crisi” – crollo” del
capitalismo, rivelandosi utopistico, non si è realizzato e lo stesso nome di
Marx è rimasto collegato con le pesanti e drammatiche eredità delle società
comuniste. Il suo spettro inoltre viene falsamente evocato per impaurire,
mentre non mancano posizioni di retroguardia tali da rallentare la
costruzione di percorsi unitari. E si ha pure l’impressione di inibizioni
culturali per un serio approfondimento come se si volessero occultare le
colpe storiche. Sul piano effettuale la transizione, è noto, è avvenuta “dal
capitalismo ad un altro capitalismo” con l’esito di staccare l’economia
finanziaria da quella reale, mentre la stessa classe operaia si è rivelata
“uno dei gruppi sociali più facilmente integrabili tramite il consumismo e
il feticismo delle merci (p. 312)”.
Nell’ambito di questo processo di destrutturazione,
c’è ancora spazio di operatività per quell’idea antropologica che punta al
“soggetto” al fine di liberarlo da ogni sorta di alienazione economica ed
interiore? La rigorosa ricostruzione di Fusaro, fatta in autonomia, con
profonda attenzione all’ermeneutica e senza lenti riduttive, a questo punto
termina con l’ultimo capitolo intitolato “Le avventure del materialismo
storico: Marx nel Novecento”.
L’indagine culturale, potremmo dire, cede il passo
alla politica, auspicando che possa farsi centro di elaborazione progettuale
con strategie di alleanze aperte.
Federico Guastella
Maggio 2010
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